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mercoledì 13 luglio 2016

Pensieri e Parole - La "Gimbomania" e il futuro dell'atletica

Gianmarco Tamberi
"Athletics like never before". 
Il motto che faceva bella mostra di sé un po' ovunque durante gli Europei di Amsterdam più che uno slogan è stato una promessa, un impegno che il management dell'evento ha rispettato con pochi piccoli accorgimenti, organizzando uno spettacolo che è riuscito nel miracolo di soddisfare sia gli atleti che il pubblico, presente sui campi di gara o di fronte alla TV.
In un momento storico in cui la (sempre meno) "Regina degli sport" soffre per una continua emorragia di aficionados,  questi campionati hanno indicato chiaramente cosa serva per uscire dalle secche dell'oblio mediatico: scelte innovative da parte degli organizzatori e atleti che sappiano bucare lo schermo per raggiungere chi l'atletica la ama ma anche chi ci inciampa facendo zapping.
Da questo punto di vista la decisione di portare alcune gare fuori dalla cornice dell' Olympisch Stadion è stata semplicissima e vincente al tempo stesso. Ospitare le qualificazioni dei lanci nel prato della Piazza dei Musei, con la bellissima facciata del Rijksmuseum a fare da quinta e gli spettatori a un passo dagli atleti, è stata un'iniziativa low cost che ha dimostrato una volta per tutte che non è affatto vero che i lanci non siano telegenici, tutt'altro. 
Sembra essere la strada giusta: portare l'atletica fuori dai campi di atletica. Ovviamente senza
snaturare le competizioni. Troppo complicato? No, serve soltanto un cambio di passo, affrontando queste necessità di spettacolarizzazione con un approccio diverso.
La musica cambia quando si affronta la seconda parte della cura. 
L'alchimia che fa sì che un atleta sia dotato di grandissime qualità sul campo di gara e sappia al tempo stesso entrare nel cuore dei tifosi non si riproduce in laboratorio, è una dote innata e
La Piazza dei Musei, Amsterdam
preziosissima, vitale in un mondo sportivo in cui la visibilità e la capacità di creare entusiasmi sono importanti quanto, e forse anche di più, del livello delle prestazioni per fare breccia nel "cuore" (leggasi portafoglio) degli sponsor.
Per questo il movimento mondiale dell'atletica, e quello nostrano in particolare, devono ringraziare la buona stella che gli ha portato in dote Gianmarco Tamberi, uno che sa salire fino in cielo e che mentre lo fa coinvolge tutti quelli che lo guardano. Uno che prima di provare a superare i 2.40m non ci pensa due volte a saltare i cartelloni pubblicitari per stringere la mano a un ragazzo "speciale" che fa il tifo per lui. Insomma, uno che è una star ma non deve sforzarsi per esserlo. 
Una vera benedizione per chi sta progressivamente perdendo terreno nella guerra per la visibilità perchè, piaccia o meno, lo sport ha bisogno di eroi, di icone su cui chi è fuori dall'arena possa riversare la propria passione.
Lo hanno capito benissimo gli organizzatori dell"Herculis", il meeting di Montecarlo in cui il 15 luglio il saltatore marchigiano affronterà un test preolimpico in cui probabilmente cercherà nuovamente di volare oltre il muro dei 2.40m.
L'iniziativa dei manager monegaschi è piuttosto divertente: ingresso gratuito a tutti coloro che si presenteranno ai botteghini con la stessa bizzarra rasatura, il famoso "half-shave", che il saltatore marchigiano utilizza come scaramanzia per le gare importanti.
Un'idea di marketing estremamente suggestiva che purtroppo penalizza le donne. 
Ma come si dice...non si può avere tutto!

martedì 5 luglio 2016

Pensieri e Parole - Contare fino a cento

...Sessantasette...
Per quanto riguarda l'interminabile vicenda Schwazer abbiamo seguito il consiglio dato dal Professor Donati durante la conferenza stampa di un paio di settimane fa: "Qui bisogna contare fino a cento prima di farsi un giudizio." E poichè siamo molto lenti a contare siamo arrivati  soltanto fino a sessantasette.
Nel frattempo, mentre continuavamo a sgranare il rosario dei numeri, abbiamo seguito in silenzio l'evoluzione di questa vicenda senza aggiungere una riga di inchiostro virtuale a quello che è già stato fin troppo ampiamente sparso.
Oggi, 5 luglio 2016, dovrebbe essere stato rotto il sigillo del campione B del prelievo incriminato per effettuare le controanalisi che dovrebbero mettere la parola fine su questa che, comunque vada a finire, resterà una brutta storia. Dovrebbero, ma non lo faranno.
Non lo faranno perchè la diatriba nata, cresciuta e sapientemente alimentata da alcuni intorno a questo caso, si è spostata da tempo dal piano del confronto di dati a quello del confronto di
convinzioni aprioristiche e si sa che nella morra cinese dell'informazione fede batte scienza come carta batte sasso. Se la positività non fosse confermata chi pensa che a Schwazer, così come a tutti coloro che sono ricorsi a pratiche illecite, si sarebbe dovuto precludere non solo il ritorno in nazionale ma il ritorno all'agonismo tout court, resterà della propria opinione al grido di "once cheater, always cheater!". 
Chi invece è fautore del principio della seconda possibilità, è già pronto a tessere fumose teorie complottistiche per trovare una giustificazione al riscontro che porrebbe il marciatore nella lunga lista degli atleti disonesti e recidivi.
Noi, tanto per togliere ogni dubbio a chi legge queste righe, facciamo parte della prima categoria. 
L'obiezione che ci siamo sentiti porre più spesso in contrapposizione alle nostre tesi è "Chi paga il suo debito ha diritto a ritornare". Obiezione che può essere accolta in quasi tutti i campi della vita, ma riteniamo non nello sport. Praticare sport ai massimi livelli agonistici è un privilegio di cui pochi sono beneficiari perchè dotati di un particolare talento e/o perchè estremamente dediti al faticoso lavoro che serve per raggiungere quei livelli. In ogni caso lo sport agonistico non è un diritto inalienabile. 

Chiedere di bandire per sempre chi bara non significa volere che venga imprigionato alla Cayenna, significa chiedere che chi non ha avuto rispetto per gli avversari (e a ben guardare nemmeno per se stesso) venga estromesso da un "gioco" che per sua intrinseca natura non può prescindere dalla fiducia fra i contendenti. E' anche per questo che abbiamo deciso di aderire alla petizione in questo senso lanciata oggi su Change.org.
Non stiamo sostenendo che se il "lifetime ban" fosse la pena prevista per questi casi la pratica del doping sarebbe debellata. Chi può dirlo con certezza? La tentazione dell'imbroglio è innata nell'uomo. Certamente se questa fosse l'abituale conseguenza oggi non dovremmo avere dubbi (eufemismo...) su un Justin Gatlin che corre più veloce di quando fu squalificato per un'eccessiva familiarità con la chimica e poi riammesso dal talento in tribunale dei suoi avvocati, ancora più spiccato del suo sulle piste. Nè tanto meno staremo discutendo da oltre un anno del ritorno di Schwazer, ma la norma vigente prevede che la porta debba rimanere aperta e va rispettata comunque, con tutte le personali riserve del caso.
Quando tutta questa faccenda si sarà chiusa, dopo le controanalisi, dopo gli eventuali ricorsi ai tribunali sportivi e ordinari, nazionali e internazionali, ci auguriamo di non dover sentire ancora verità singole costruite su misura per se stesso da chi le professa, per tornaconto personale o per semplice volontà di credere all'idea che per motivi propri si è creato.

Se il responso dovesse essere smentito le scuse di chi è già pronto con i forconi saranno doverose, se dovesse essere confermato speriamo di non sentire ancora parlare di Mafia della Iaaf, ingerenze della Camorra sugli ispettori Wada o ancor peggio della Spectre dei bovini dopati dell'Alto Adige. 

Prima o poi anche su questa storia si dovrà giungere a una verità unica e condivisa e riteniamo che questa possa venire soltanto dalle dimostrazioni scientifiche e non dalle professioni di fede.
Sì, lo sappiamo, siamo degli illusi.
...Sessantotto...

mercoledì 22 giugno 2016

Pensieri e Parole - Alex Schwazer e i buoni consigli

Inutile girarci attorno, la notizia del giorno è quella: Alex Schwazer è nuovamente risultato positivo a un controllo antidoping. Poco prima dei mondiali di marcia di Roma ci eravamo ripromessi di non parlare più di Schwazer e del suo entourage, tutto il bailamme mediatico e il processo di redenzione ci erano venuti abbondantemente a noia. Questa non è atletica ci eravamo detti. E' "fuffa", showbusiness, ricerca di visibilità è una fantastica operazione di comunicazione, ma non è l'atletica di cui vogliamo parlare sul nostro blog.
Ma quella di oggi, comunque la si pensi, è una notizia, perciò... Dietrofront!  
Il fatto è di dominio pubblico e se oltre al fumo vi sia anche dell'arrosto lo stabilirà la magistratura se il marciatore altoatesino, come ha annunciato nella conferenza stampa conclusasi poco fa, deciderà di esercitare i propri diritti. 
La vicenda ha indubbiamente dei lati poco chiari che necessariamente dovranno venire sviscerati fino in fondo prima di poter esprimere un' opinione che non sia basata semplicemente sul partito preso.
Prima di esprimere giudizi tranchant su Schwazer sarebbe quantomeno il caso di aspettare le controanalisi. 
Tuttavia...
Tuttavia nella conferenza stampa è stato dichiarato che "Sono stati dati consigli a non vincere..."
Chi è questo (o questi) misterioso consigliere? Perchè se, come è stato dichiarato, i fatti verranno resi noti all'autorità giudiziaria non sono stati raccontati anche alla stampa? 
"Sono stati inviti, non minacce" si è affrettato a puntualizzare uno degli avvocati del marciatore. Sarà, ma noi non riusciamo a capire bene la differenza. E soprattutto non capiamo perchè non si siano fatti passi a tutela nei confronti di questi "consigliori" molto prima di oggi.
"E' evidente che qui si erano rivoiluzionati i sistemi di allenamento..." ha dichiarato Donati. 

Non abbiamo motivo di dubitarne. Comunque vada a finire questa storia aspettiamo di vedere pubblicati i frutti di un lavoro così straordinario su una rivista di settore in modo che tutti i tecnici possano goderne.
Su una cosa siamo perfettamente d'accordo con il Professor Donati: "Qui bisogna contare fino a 100 prima di farsi un giudizio". 
Perchè è così che si fa in un paese normale, si aspetta di sapere come stanno veramente le cose prima di buttare fango. Avete presente i whereabouts?
P.S.: Domanda per chi ne sa di atletica. 
A noi pareva di ricordare che Donato Sabia fosse allenato da Vittori. Ci sbagliamo? O forse "Il Professore" di Ascoli si limitava a fare da consulente?

domenica 17 aprile 2016

Pensieri e Parole - #RoadToRio? No...#Road(S)ToRio

#RoadToRio è indubbiamente uno degli hashtag più diffusi sui social in quest'ultimo anno.
Con o senza slow motion, creativi o banalotti, sono decine di migliaia i filmati pubblicati su Instagram, Facebook o Twitter da parte di quegli atleti che hanno cercato di raccontare in pochi secondi il cammino che stavano percorrendo per coronare il loro sogno olimpico. E che si tratti di sicuri protagonisti come Bolt o Lavillenie o di oscuri gregari delle piste per cui la sola partecipazione è essa stessa un traguardo, tutti quei filmati nascono da un punto di vista condiviso: l'impegno, la fatica e la perseveranza portano al risultato e questo porterà all'Olimpiade.
Insomma, tutte quelle brevi clip sembrano dire: "Vuoi arrivare a Rio? E allora segui le indicazioni per "lavoro", prosegui per "abnegazione", sempre in direzione "lealtà e rispetto delle regole". E' quella la strada per Rio".
Ma attenzione, ridurre a uno slogan di tre parole una realtà complessa può far pensare di avere la verità in tasca, può far credere che soltanto quello sia il percorso giusto ma non è detto che sia veramente così. 
Perchè tutte le strade portano a Roma, scusate, a Rio, ma ci sono quelle che passano per Saxa Rubra e quelle che passano per Rotterdam.
Siamo veramente stanchi di parlare del caso Schwazer, dei cambiamenti ai criteri di selezione delle squadre nazionali, dei test ad personam e di tutta la divisione in guelfi e ghibellini che questa storia ha creato. Se la massima dirigenza dello sport italiano ha così a cuore le sorti dell'altoatesino molto probabilmente è perchè possiede una visione del futuro che la nostra manifesta miopia non ci permette di raggiungere, facciamo ammenda. 
Tuttavia non possiamo condividere l'intervista del Presidente del Coni Malagò che, fra un'esitazione e un'imbarazzata grattatina di testa, definisce Schwazer "un atleta a cui non è stato regalato niente", uno nei confronti del quale "i regolamenti sono stati rispettati in modo religioso". No Presidente, noi forse siamo stati distratti e svogliati prima, durante e dopo il "catechismo" che va avanti da un anno a questa parte, ma non ricordiamo nessun precedente in cui le regole siano state stirate fino all'estremo come in questa occasione.  In ogni caso, indipendentemente dal fatto che la si condivida o meno, pare inevitabile che la linea Malagò vada avanti imperterrita e, a meno che un'entità superiore (leggi Iaaf o Wada) non ci metta lo zampino, porti a casa il punto. E forse prima o poi, nonostante la nostra miopia, riusciremo a capire il disegno superiore che la sottende. 
Catherine Bertone
Quello che siamo certi di non riuscire a capire (lasciatela anche a noi qualche sicurezza...) è quali siano regole che si stanno applicando a Catherine Bertone, la quarantaquattrenne pediatra che domenica scorsa ha chiuso la Maratona di Rotterdam in 2.30.19, seconda italiana in lista negli ultimi due anni.
Subito dopo la straordinaria prestazione olandese il CT Magnani si è complimentato con la runner valdostana, aggiungendo però che non sarebbe potuta essere convocata per la maratona Olimpica per una richiesta di "rigore" nelle convocazioni da parte del Coni, ma che se lo avesse voluto avrebbe potuto partecipare alla "mezza" degli Europei di Amsterdam. Apriti cielo.
Una ridda di interventi a favore dell'atleta della "Sandro Calvesi" è piovuta da ogni dove e per sostenerla si sono mossi fra gli altri Giorgio Rondelli e Valeria Straneo. La Gazzetta dello Sport ha lanciato una campagna per chiedere di riconoscere il merito di questa mamma di talento. Perfino il noto marchio sportivo Brooks, che per inciso non è sponsor della Bertone, ha chiesto sulle pagine del suo blog di riconsiderare la questione. 
Allora macchine indietro tutta...o quasi. E su La Stampa di Aosta di ieri viene riportata la nuova opinione del Ct, più possibilista e che lega la trasferta sudamericana della Bertone al piazzamento della gara di Amsterdam, ora non più opzionale ma propedeutica... 
Quale potrebbe essere il piazzamento della Bertone a Rio? Il responsabile tecnico azzurro ipotizza al meglio un trentesimo posto e da esperto di maratona qual è probabilmente è nel giusto. 
Valeria Straneo
Ma è così importante quali siano le sue possibilità di classifica? Riteniamo non sia questo il motivo del contendere. Il fulcro di tutta questa vicenda sono le regole che sembrano diventare rigide o flessibili a seconda di chi deve esservi assoggettato e questo diventa ancora più stridente se si contrappongono un atleta che si è sudato il suo premio e uno per cui bisogna rincorrere cavilli regolamentari. Per la Bertone non servono artifici retorici sulla differenza fra "iscrivibilità" ed "eleggibilità", per Schwazer, comunque la si pensi su di lui e sulla sua storia, sì.
Per questo abbiamo messo l'immagine che vedete all'inizio sulla copertina della nostra pagina Facebook e, se siete d'accordo con noi su questo tema, vi invitiamo a fare lo stesso (qui il link dove condividere la foto).
Ai Giochi sì a Bertone, no a Schwazer. Perchè tutte le strade portano a Rio, ma non sono tutte uguali.

sabato 19 marzo 2016

Pensieri e parole - Quando il silenzio fa rumore

Può un piccolo, piccolissimo, blog sull'atletica leggera dare lezioni di etica del giornalismo (e anche di etica tout court) a chicchessia?
A domanda retorica risposta facilissima: no, certamente no. E, a dire il vero, non ne ha nè l'ambizione nè alcun tipo di interesse.
Ottocorsie è nato un po' per caso, un po' per la voglia di raccontare in modo diverso il mondo dell'atletica e di parlare con chi di questo mondo fa parte.
Uniche regole: Scrivere notizie verificate e non essere offensivi nei confronti di nessuno.
Ma cos'è una notizia? E' un fatto (nei manuali di giornalismo definito "fonte primaria") che viene raccontato da un giornalista ("fonte secondaria" o "mediatore"), che attraverso la sua sensibilità professionale lo identifica come tale.
Quando una fonte può essere definita autorevole? Quando l'esperienza ci dice che quella fonte riferisce fatti veri.
Per esempio: l'Enciclopedia Treccani può essere ritenuta una fonte autorevole? Alzi la mano chi ha il coraggio di metterla in dubbio. E La Gazzetta dello Sport (ovviamente in ambito sportivo)? Anche qui saremmo portati a dire di sì, anche se anche la rosea non va presa a priori come se fosse il Vangelo, questo è certo.
A questo punto per mettere bene a fuoco tutta questa storia proviamo a schematizzare.

Fatto numero 1: il 15 marzo una breaking news di SkyTG24 annuncia le dimissioni di Donati da consulente dell'agenzia antidoping per divergenze con la nuova dirigenza.
Fatto numero 2: il giorno dopo la "Gazza" pubblica due brevi colonne a firma Claudio Arrigoni, in cui viene riportato che il Direttore Esecutivo Oliver Niggli si dichiara sorpreso delle parole del tecnico italiano in quanto non vi è stato alcun cambiamento nel panel di governo della Wada e sostanzialmente sconfessa ogni accostamento fra Donati e l'ente che dirige.
Il tecnico, per parte sua, non entra nel dettaglio delle contestazioni dell'alto dirigente e glissa sulle dichiarazioni che a chiedere il controllo antidoping per Schwazer non sarebbe stato lui ma un funzionario Wada, spendendo parole di stima per l'agenzia.
Fatto numero 3: Il 17 marzo Augusto Frasca, su "Il Tempo" di Roma, ribadisce il concetto espresso da Arrigoni e accenna all'esistenza di una "drastica richiesta alla XIII commissione "Salute e Cultura" della Camera dei Deputati affinchè il nome di Donati non sia collegato in alcun modo all'agenzia".
Fatto numero 4: Un lancio dell'agenzia ANSA delle 18.49 del 18 marzo riporta dichiarazioni più generiche sia da parte di Donati ("Sarò felice e onorato di dare il mio pieno supporto alla Wada...") che di Niggli ("Donati ha certamente contribuito nell'attività di contrasto al doping in numerose occasioni in Italia..."). In queste dichiarazioni, tra le altre cose, scompare ogni traccia riguardante chi sia stato a richiedere l'invio dei controlli al marciatore altoatesino.
Quando l'altro giorno abbiamo pubblicato un articolo, in verità molto ironico,  su questa vicenda ci siamo sentiti rispondere di tutto: da un "filosofo" che è arrivato a dirci che facciamo "ontologicamente schifo" (onestamente ci ha commosso per la creatività), a chi sintetizzava in "lasciamolo lavorare" (questa l'abbiamo già sentita...), a chi diceva (giustamente secondo noi) che dopo la bufala sulla morte di Juri Chechi sospendeva ogni giudizio.
Queste risposte tuttavia non hanno dato soluzione ai quesiti che ci tormentano da tre giorni a questa parte.
Domanda numero 1: Donati era o no un collaboratore della Wada? Aveva un ruolo stabile nell'organigramma o si era limitato a fare degli interventi in particolari occasioni?
Domanda numero 2: Perchè l'articolo sulla Gazzetta non viene smentito? Le accuse più esplicite che implicite che contiene non sono cosa da poco, ma è sempre possibile che "l'interessato", per suoi motivi legittimi non sia interessato a smentire.
Domanda numero 3: Perchè, stando a ciò che scrive Frasca, la Wada avrebbe fatto questa richiesta alla commissione della Camera dei Deputati?
Domanda numero 4: Perchè ANSA fa il suo primo lancio sulla vicenda dimissioni soltanto tre giorni dopo la breaking news di Sky? Sono nuove dichiarazioni rispetto a quelle riportate sulla Gazzetta?
Domanda numero 5: Se quanto riportato negli articoli di Arrigoni e Frasca fosse confemato, come è stato possibile che nessuno si sia accorto di niente per così tanto tempo? 
Domanda numero 6: La collaborazione Donati/Schwazer ha suscitato un interesse smisurato da parte della stampa, ultimo esempio è stato il test di efficienza di Saxa Rubra fatto oggetto di un servizio del TG3. Come mai in questo momento i media nazionali su una vicenda che sarebbe molto più "notiziabile", se dovesse essere vera, non sprecano una riga di inchiostro? Perchè da tre giorni a questa parte alcuni  dei più importanti blog italiani di atletica, che della collaborazione fra il romano e l'altoatesino hanno sempre trattato ampiamente, hanno messo la sordina? Troppo impegnati a valutare le doti del figlio di Rocco Siffredi?
E' soprattutto quest'ultima la domanda per la quale vorremmo trovare una risposta.
Per molti, a nostro modestissimo avviso per troppi, la divisione manichea in  due gruppi di ultras contrapposti che si urlano insulti dalle curve, è la ricetta giusta per raggiungere il successo.

Elargire sui social l'appellativo di "idiota", magari con il "blocco maiuscole" attivato, a chi non è d'accordo con noi non è il nostro genere, piuttosto ci piacerebbe capire perchè su tutta questa vicenda sia sceso un silenzio tombale. Non esistono più giornalisti investigativi? Va bene, ma quei bei blogger barricaderi sempre a caccia di scoop e sempre pronti a ricoprire di ironica melma chi era in disaccordo? Dove sono finiti?

Ragazzi!!! Abbiamo bisogno di voi. Battete un colpo. 
E risparmiatevi gli insulti. Non potrete mai e poi mai dire qualcosa di meglio di "Fai ontologicamente schifo".
P.S.: Su indicazione di un amico vi indico anche una fonte secondaria, sicuramente autorevole, che lascerà la bocca amara a molti. Leggete tutto, fino in fondo.
Ma si sa, la verità è una medicina cattiva che non tutti sono disposti a ingoiare.

giovedì 17 marzo 2016

Pensieri e parole - Person of Interest

E' come nelle serie televisive. Quelle con una trama strutturata e avvincente tipo "Lost" o "Person of Interest", quelle a metà strada fra il thriller e la fantascienza.
La sera in cui viene trasmesso l'episodio niente calcetto con gli amici, niente "cinemino" con la fidanzata, meno che mai una stramaledettissima riunione di condominio. Quella sera non si esce e si spegne il telefono. Niente distrazioni, non puoi permetterti di perdere nemmeno una puntata o rischi di non capire più nulla di quello che succederà poi. 
Lo giuriamo, non abbiamo ceduto alle lusinghe pedatorie nè abbiamo scelto la via del quieto vivere con la nostra dolce metà. Il senso del dovere ci ha portato a seguire con viva attenzione ed empatica compartecipazione ogni passo dell'avventura Schwazer/Donati. Ogni illuminata dichiarazione del tecnico, ogni presenza televisiva in cui l'atleta raccontava la sua rinascita, il suo percorso salvifico dagli abissi dell'errore al pieno recupero sportivo, attraverso la presa di coscienza, l'espiazione e la denuncia di chi lo aveva indotto in tentazione.
I maligni di cui è pieno ogni angolo del mondo, certamente non noi, potrebbero dire che, data la massiccia esposizione mediatica di quella che da alcuni sprezzanti commentatori è stata definita la strana coppia, sarebbe risultato piuttosto difficile perdersi una dichiarazione dell'altoatesino o una rivelazione del paladino dell'antidoping. Ma quelli che dicono questo sono persone cattive, che non meritano alcuna considerazione e certamente non sono i loro malmostosi giudizi a turbarci. 
No, quello che veramente non ci da pace è ciò che abbiamo letto questa mattina sulla Gazzetta dello Sport. Ieri sera eravamo rimasti ammutoliti alla notizia che dopo anni e anni di eroico servizio, lasciatecelo dire, Sandro Donati aveva deciso di abbandonare l'agenzia mondiale antidoping, proprio poche ore dopo il test di Saxa Rubra in cui era sostanzialmente riuscito a dimostrare di aver riportato sulla retta via la pecorella smarrita.
Un duro colpo da incassare. Avevamo pensato di esserci addormentati inconsciamente prima della fine di una puntata oppure a un "buco di sceneggiatura", a volte capita anche ai migliori scrittori di lasciare qualcosa di incompiuto. Eravamo andati a dormire un po' scossi, ma questa mattina ci eravamo risvegliati fiduciosi di riuscire a riprendere le fila della storia al successivo appuntamento. Illusi! 
Quando durante il rito mattutino del caffè ci siamo soffermati a sfogliare la "rosea" sul frigo dei gelati, due colonne di trafiletto hanno definitivamente rovinato la nostra giornata: "Donati 'Lontano dalla Wada'. La replica: 'Non è consulente'." Da quel momento un profondo senso di inquietudine non ci ha più abbandonato per tutta la giornata e ora che si avvicina il momento di tornare a posare la testa sul cuscino si fa ancora più opprimente.
"Non è possibile - ci siamo detti - sono anni che in tutti gli articoli in cui si parla di lui viene qualificato di volta in volta come consulente, collaboratore o esperto della WADA. Ogni intervista, ogni servizio televisivo ricordava quale fosse il suo ruolo a fianco dell'ente mondiale che si occupa di combattere quei "campioni senza valore" contro i quali il nostro si batte da sempre. Non è giusto che un uomo che ha dato così tanto alla cauisa della lotta al doping venga scaricato in questo modo da un passacarte qualunque, tal Oliver Niggli che viene qualificato come Direttore Esecutivo dell'Agenzia.
E che oltraggio leggere che sarebbe stato un illustre sconosciuto funzionario che risponde al nome di Pierre Edoard Sottas a richiedere i controlli per l'altoatesino. Abbiamo visto tutti l'intervista a Rai Sport in cui Donati si assumeva la meditata e dolorosa responsabilità di aver segnalato Schwazer in quanto possibile assuntore di sostanze. E Donati è uomo che merita fiducia e rispetto.
Così come meritano fiducia e rispetto tutti i giornalisti e gli organizzatori di conferenze che del titolo di collaboratore WADA lo hanno fregiato nel corso degli anni e che, ne siamo più che certi, hanno verificato il suo curriculum con certosina attenzione. 
E poi come sarebbe potuto essere possibile che il tecnico italiano millantasse per anni una qualifica che non gli apparteneva senza che nessun dirigente dell'organismo mondiale si accorgesse di niente?
No, tutto questo non è possibile. Dobbiamo esserci persi una puntata senza rendercene conto.
Oppure la nostra lettura di questa mattina è stata soltanto un brutto sogno, uno di quelli difficili da distinguere dalla realtà. Anche perchè, nonostante tutte le nostre ricerche, sulla rete non si trova alcun accenno a questa ingarbugliata vicenda. 
Deve essere proprio così, non c'è altra spiegazione possibile. Ma continueremo a cercarne una credibile.



lunedì 7 marzo 2016

Pensieri e Parole - Grazie Gimbo

Un palazzetto dello sport stracolmo e tutto il pubblico con il fiato sospeso in attesa dell'evento.
Non è uno spettacolo mai visto prima la differenza questa volta è che quel pubblico che ieri batteva le mani a tempo non stava aspettando di vedere se il tiro libero decisivo sarebbe finito nel canestro o se il servizio dell'uomo in battuta avrebbe colpito l'incrocio delle righe. 
Quel pubblico assiepato sulle tribune del palaindoor di Ancona, ieri si chiedeva in silenzio se al termine della sua parabola Gianmarco Tamberi avrebbe lasciato sui ritti l'asticella o meno. 
Lo ha fatto e rifatto, esplodendo ogni volta in un urlo di gioia o di disappunto. Fino all'ultimo.
Quello che abbiamo visto ieri ad Ancona è stato il migliore degli spot pubblicitari possibili per l'atletica leggera, talmente appassionante che ha fatto scivolare in sottofondo anche alcuni irritanti commenti "tecnici" (...sigh!). 
Perciò che l'halfshave vi entusiasmi o meno (personalmente non lo apprezziamo eccessivamente, NdA), giù il cappello e: "Grazie, Gimbo!"
Beato quello sport che non ha bisogno di eroi, noi per tornare a volare in alto (in tutti i sensi) abbiamo bisogno di Giammarco, di Alessia, di Marco, di Silvano e di tutti gli altri giovani che stanno intorno a loro.



Il secondo tentativo di Tamberi a 2.40
Mancato di un...gomito

Il video è di Only Athletics

martedì 23 febbraio 2016

Pensieri e Parole - Quer Pasticciaccio Brutto de Via Flaminia Nuova

Martin Pilato
Lo sport agonistico si basa su un principio semplicissimo: il migliore, il più meritevole, vince e il suo primato sugli avversari viene riconosciuto e premiato. 
E' un principio comune a tutti gli sport. Ovviamente presuppone che i contendenti non ricorrano a nessun tipo di imbroglio e che rispettino le regole che sono state stabilite precedentemente, ma tolte queste naturali clausole anche la componente dovuta al caso non può essere chiamata in causa per contestare una vittoria ottenuta in modo limpido e corretto. Se la vittoria poi è evidente come quelle del Campionissimo, quelle in cui l'annunciatore radiofonico scandiva: "Primo classificato Fausto Coppi, nell'attesa del secondo trasmettiamo musica da ballo"... bè allora proprio non si può fiatare.
Questo principio oggi non vale più. Almeno per quanto riguarda l'atletica leggera italiana.
La modifica dei criteri di selezione per la Coppa del Mondo di Marcia è di qualche settimana fa (leggi qui), ieri scorrendo le convocazioni per il triangolare di lanci che si terrà sabato prossimo abbiamo notato un ennesima "anomalia", anzi a dire il vero ne abbiamo notate due: a rappresentare l'Italia nel disco maschile under 23 non ci sarà il campione italiano Martin Pilato (Fratellanza Modena) vincitore con 55.59. A vestire la maglia azzurra non è stato chiamato nemmeno il secondo, distantissimo, classificato Valerio Forgiarini (Gemonatletica) che si è conquistato l'argento con un lancio di 51.60. No, a Caorle sarà il terzo di quella che doveva essere la gara principale di selezione a rappresentare l'Italia, quel Giulio Anesa (G. Alpinistico Vertovese) che in toscana per un solo centimetro si è dovuto accontentare del bronzo.
Prima di andare avanti vogliamo dire a chiare lettere che siamo assolutamente consci che gli atleti non abbiano nessuna responsabilità di questa situazione e che auguriamo a chi scenderà in pedana di poterlo fare nel miglior modo possibile e senza nessun tipo di pressione psicologica, ma una domanda è assolutamente inevitabile: come è stata fatta questa scelta?
Pilato, da noi interpellato telefonicamente, ci ha cortesemente comunicato che non aveva intenzione di mettere in discussione le decisioni del settore tecnico federale e che augurava il meglio al compagno scelto per il triangolare, ma a noi è rimasta una curiosità.
Se il ravennate della Fratellanza avesse vinto per pochi centimetri avrenmmo potuto comprendere una spiegazione basata su una scelta tecnica del C.T. della nazionale, ma in Toscana sono stati quattro metri esatti a separare il romagnolo dal bergamasco...davvero un po' troppi per giustificare una decisione discrezionale.
E allora? Allora non resta altro da fare che attendere un comunicato ufficiale da parte della Fidal che spieghi quali siano stati i criteri che hanno sotteso a questa decisione.
E ci auguriamo di non dover sentire il poco credibile "Intendiamo preservare l'atleta per la Coppa Europa".
Stiamo parlando di un discobolo, mica di uno che fa la 50 km! Anche perchè pure per loro ci sono norme ad hoc...
La seconda "stranezza" che abbiamo notato è la convocazione di due giavellottisti under 23 quando per tutte le altre gare della categoria è prevista la presenza di un solo atleta.
Il campione italiano invernale Roberto Orlando (Virtus Lucca) vincitore con 64.87 sarà affiancato (fuori gara) dall'altoatesino Andreas Zagler (Athletic Club 96) che ai tricolori gli è rimasto alle spalle per una manciata di centimetri. In questo caso la scelta del tecnico preposto a decidere chi portare in Veneto potrebbe essere stata sicuramente più complessa, è assolutamente comprensibile.
Ciò che proprio non riusciamo a spiegarci è un salto di quattro metri e due posizioni in classifica. Forse sarà stata una distrazione, o forse parafrasando Blaise Pascal: "La Fidal ha delle ragioni che la ragione non sa comprendere."

lunedì 15 febbraio 2016

Pensieri e Parole - Coincidenze astrali

Che fine settimana fantastico! Prima Gimbo Tamberi che sale fino a 2.38, su quel tetto del mondo che porta già a fare sogni di samba, poi i cinque record italiani in poco più di un'ora di ieri ad Ancona. Alzi la mano chi ricorda una giornata di gare così piena di emozioni. Sì, sono record giovanili. Sì, sono indoor e quindi hanno uno "storico" ridotto rispetto a quelli all'aperto, ma li avete visti quei cinque ragazzi? Sono la punta di un iceberg che c'è, è innegabile, e che potrebbe rappresentare la speranza di futuro per la nostra atletica che naviga davvero in brutte acque.

Zenoni, Barontini, Oki, Di Panfilo e Dallavalle, non sono casi isolati. Motta, Dosso, Vandi, Romani, Gherca, ma l'elenco potrebbe essere molto più lungo se aggiungessimo anche i nomi di junior e promesse, sono dei prospetti davvero molto interessanti. Insomma, momenti come lo scorso week end ti fanno sperare che presto il nostro sport smetta di finire sulle prime pagine dei giornali soltanto per storie come quelle di Schwazer o dei whereabouts.   
E poi che coincidenza. Una serie straordinaria di primati fatta proprio il giorno successivo a uno dei momenti più esaltanti degli ultimi anni, proprio nella città del saltatore in alto che è tornato a casa e sta lì a guardarli.
A volte il caso mette tutti i tasselli al posto giusto perchè la festa possa riuscire al meglio.
Poi, proprio mentre stai pensando a quello che potrà fare all'aperto questa generazione di fenomeni che già a febbraio va così forte, vedi la notizia della gara di Andrew Howe a Goteborg.

7 metri e 54 centimetri chiosati da un breve tweet: "Prima gara dove ho cambiato gamba di stacco, non era la misura che volevo (anche perchè so di valere molto di più) sicuramente meglio la prox".

Lasci gli occhi sullo schermo ma non vedi più la notizia. Ripensi a quella volta a Fano, quando vedesti un ragazzino sconosciuto con la maglia del Lazio che saltava 7.52... e saltava male. Come un ragazzino appunto. 
"Che talento starordinario. Chissà dove potrà arrivare?" hai pensato quel giorno, proprio come stai facendo ora quando guardi alcuni di questi ragazzi. Dov'è arrivato lo hai visto, dove sarebbe potuto arrivare se la sua carriera non fosse stata un mix di infortuni e scelte discutibili non lo saprai mai. 
E poi che coincidenza. Andrea Dallavalle ha tolto proprio ad Howe il record italiano del triplo.
A volte il caso mette tutti i tasselli al posto giusto per farti pensare a quanto il talento da solo non basti.
In bocca al lupo per il futuro ai nostri fantastici ragazzi, con l'augurio che possano venire seguiti da persone che sappiano dare loro i consigli giusti.
In bocca al lupo anche a Andrew Howe. La prossima sarà sicuramente meglio. Sicuramente...

sabato 16 gennaio 2016

Pensieri e Parole - Moda uomo. Fidal differenzia le proprie attivtà. Non solo pret a porter. Arrivano gli abiti su misura

Alfio Giomi
Fidal Ceo
Quando la crisi morde servono capitani coraggiosi che sappiano intraprendere le giuste azioni per portare le navi fuori dalla tempesta. 
E' questo il caso di Fidal, azienda romana da tempo alle prese con gravi difficoltà sia sul mercato interno che su quello internazionale, che ha deciso di prendere il toro per le corna differenziando le proprie attività. 
Negli ultimi anni le scelte strategiche di produzione e promozione del brand di atletica leggera si sono rivelate disastrose sia in casa, con un'ulteriore perdita di appeal nei confronti del consumatore italiano, sia a livello globale come evidenziato dai pessimi report della fiera mondiale di Pechino 2015.
Qualche piccola soddisfazione in controtendenza è arrivata dalla moda giovane, grazie soprattutto alla qualità e all'impegno delle piccole realtà artigianali che presidiano il settore per conto della holding, ma queste non possono certamente bastare a un gruppo con un fatturato a più zeri.
Soprattutto in vista dell'Expo dello sport mondiale di Rio 2016.
Per correre ai ripari l'impresa di via Flaminia Nuova ha deciso di aprirsi a un nuovo settore, la realizzazione di abiti su misura per chi non è a suo agio negli standard comuni a tutti.
Ancora una volta potrebbero essere la creatività e l'innovazione tipiche del "Bel Paese" l'asso nella manica capace di capovolgere il trend negativo dei risultati aziendali.
Intanto, nella speranza di vedere una sfilata vincente dei nuovi capi su misura sul lungomare di Copacabana, è stata lanciata una campagna di comunicazione tesa a far dimenticare gli insuccessi e i comportamenti non irreprensibili tenuti in passato da parte di alcuni esponenti dell'azienda.
Con buona pace dei vari codici deontologici.

I nuovi metodi di selezione Fidal.
Molto più "fitting" per chi ha problemi di linea etica.

martedì 12 gennaio 2016

Pensieri e Parole - E se davvero cancellassimo tutti i record mondiali?

Florence Griffith Joyner
Nell'anno appena terminato l'immagine dell'atletica leggera a livello mondiale ha toccato uno dei punti più bassi della storia dalla caduta del muro di Berlino. 
Il caso Russia e gli episodi di corruzione all'interno della Iaaf  hanno arrecato colpi durissimi alla credibilità del nostro sport e nuovi attacchi potrebbero arrivare se si dovesse verificare che quello di Mosca non è l'unico esempio di doping di stato. Turchia e  Kenya, per esempio, sono da tempo sospettati di indulgere in pratiche non proprio limpide.
Per contrapporsi a questa rovinosa e uniformenmente accelerata perdita di prestigio, la Federatletica britannica ha presentato ieri "A Manifesto for Clean Athletics" (Manifesto per un Atletica Pulita) che ha fatto rumore per la proposta di azzerare completamente l'albo dei record mondiali. 
L'intenzione di Ed Warner, Presidente di UK Athletics, è quella di dare un'energica sterzata alla deriva della credibilità del nostro sport a livello mondiale. 
"Sono convinto che sia arrivato il momento di effettuare una riforma radicale. - ha dichiarato -  Il 2015 è stato l'annus horribilis dell'atletica leggera. La fiducia nel nostro sport è ai minimi storici e dobbiamo cambiare rotta al più presto. L'atletica deve riconquistare il suo fascino e non può farlo se non saremo disposti a fare ciò che va fatto fino in fondo, anche con durezza.
Natalya Lisovskaya
"E' indispensabile una maggiore trasparenza, sanzioni più gravi e forse anche azzerare l'orologio della storia dei record. I nostri fans devono sapere che noi siamo puliti a tutti i livelli."
L'idea non è  nuovissima (se ne cominciò a parlare già dopo la positività di Ben Johnson a Seoul 88) e periodicamente viene rispolverata, soprattutto nei momenti più bui. 
Tirare una linea che confini in un limbo i risultati ottenuti fino ad ora vedrebbe cancellare prestazioni a dir poco chiacchierate e che restano nell'albo d'oro da decenni. Tra gli altri verrebbero eliminati i record di Florence Griffith-Joyner su 100 e 200, i 400 piani di Canberra '85 di Marita Koch, il mondiale del martello di Yuriy Sedikh e quello di sua moglie Natalya Lisovskaya nel peso.
La proposta di Warner ha trovato subito una voce contraria nella sua connazionale Paula Radcliffe, detentrice del primato sui 42 kilometri e 195 metri. "Non ritengo sia giusto cancellare tutti i record mondiali - ha chiosato la fondista - perchè sono assolutamente certa che almeno uno sia stato ottenuto senza ricorrere a nessun tipo di imbroglio".
Comunque la si pensi il problema del doping in generale, e quello dei record ottenuti durante la "guerra fredda" in particolare, resta come un macigno in bilico sopra tutto il sistema atletica e prima o poi dovrà essere affrontato senza foglie di fico, anche per non doversi ritrovare di fronte a nuovi casi Gatlin
Paula Radcliffe
Oltre alla proposta "shock", fra i vari punti del documento figurano l'innalzamento a otto anni delle squalifiche, l'istituzione di un pubblico registro dei risultati dei test, l'obbligatorietà del "bio-passaporto" e la cancellazione di tutti i risultati, record e medaglie comprese, ottenuti precedentemente al riscontro della positività.  
Le azioni previste non si fermano qui e vorrebbero danneggiare anche sotto l'aspetto economico i "truffatori". Una delle ipotesi di lavoro è quella di esercitare una "moral suasion" nei confronti degli sponsor affinchè non supportino gli ex-dopati, ma quella che potrebbe ottenere i migliori risultati potrebbe essere la regola che vorrebbe imporre alle federazioni nazionali la restituzione dei premi in denaro ricevuti dai propri rappresentanti infedeli, pena l'esclusione dei suoi atleti dalle competizioni internazionali.
Sono proposte condivisibili? Potranno dare riscontri tangibili? Potranno essere messe in pratica in breve tempo? Ai posteri...ecc.ecc. 
Intanto Sebastian Coe ha annunciato di aver raddoppiato a 8 milioni di dollari il fondo antidoping della Iaaf e di aver portato a centomila il numero di atleti che saranno sottoposti a controlli sistematici. Speriamo bene.
E speriamo anche che la seconda parte del rapporto doping della Wada, che verrà resa pubblica giovedì 14, a Monaco non scateni un nuovo terremoto.

Ben Johnson

venerdì 4 dicembre 2015

Pensieri e Parole - Will Coyote e i Whereabouts


On. Paolo Cova
Niente da fare. E' passato un altro  giorno eppure il reflusso gastroesofageo causatoci dalla storia dei whereabouts continua a non dare tregua.
Ieri abbiamo scritto che si sapeva da tempo che la bomba sarebbe scoppiata prima o poi, oggi vogliamo spiegarvi perchè lo abbiamo scritto.
19 giugno 2015, venerdì mattina. Autostrada A1, un punto indefinito fra Milano e Piacenza.
La radio funziona male e allora premiamo il tasto "scan" per cercare una stazione con un po' di musica. Quando il sintonizzatore interrompe per la prima volta la ricerca, sul display compare la scritta "Rai Parlamento".
Saremmo portati a continuare la scansione dell'etere, ma un istante prima che il dito si posi sul bottone sentiamo pronunciare queste parole: "gruppi sportivi militari".
La curiosità concede qualche secondo all'intenzione di passare oltre e da quel momento in poi i successivi minuti sono occupati dal racconto di questa storia che sta a metà fra il paradosso e la malafede, fra il pressapochismo e l'inadeguatezza.
Qui di seguito pubblichiamo alcuni stralci dell'interrogazione parlamentare dell'Onorevole Paolo Cova e la risposta del sottosegretario Antonello Giacomelli che potete trovare per intero a questo link (l'intervento inizia a metà di pagina 8).

"Dopo questa segnalazione, la procura antidoping si era attivata per convocare sessantacinque atleti, il giorno immediatamente prima della risposta alla nostra interpellanza. Per quattro anni non era successo niente, non era avvenuto assolutamente niente."
"Pertanto, io credo che sia opportuno andare a verificare che cos’è stato fatto e che cosa stanno facendo le forze dell'ordine, visto che non riesco ad avere risposte e non riusciamo ad avere risposte dalla procura antidoping, almeno all'interno dei gruppi sportivi militari."
"Liberamente degli atleti si sono potuti permettere di non dare la reperibilità, la procura antidoping del CONI, l'Agenzia CONI-NADO"
"Nel caso specifico è la FIDAL che ha l'incombenza di informare, formare e controllare il corretto comportamento degli atleti di importanza nazionale. Non era, infatti, nella possibilità del gruppo sportivo forestale poter verificare eventuali mancanze."
"Nei citati casi, l'ufficiale ha provveduto a richiamare gli interessati, i quali hanno rappresentato diverse difficoltà nelle procedure di segnalazione quali: l'impossibilità a collegarsi al sistema informatico, l'utilizzo di password non valide per l'accesso alla predetta piattaforma, l'avvenuta comunicazione a indirizzi di posta elettronica errati, la mancanza di obblighi di compilazione del format «Whereabout clause CONI-NADO» in quanto le informazioni richieste erano già state inserite nel sistema «World Anti-Doping Agency» (WADA). "
Da questa storia gli atleti non usciranno completamente immacolati. Quantomeno dovranno assumersi la responsabilità di non aver protestato, all'epoca in cui i disservizi del sistema avvenivano, con la stessa veemenza con cui lo fanno oggi da tutti i loro profili social.
Tuttavia, se lasciamo da parte la sostanza dei fatti e ci limitiamo alle conseguenze, che si rivelino sacche di malcostume o meno, si arriva obbligatoriamente a una domanda: non era proprio possibile evitare di pestare quell'enorme escremento che si vedeva benissimo sul marciapiede dell'informazione?
Non era possibile preparare una difesa che fosse innanzitutto tempestiva e al contempo più credibile e incisiva di un "All'epoca dei fatti io non c'ero" o dell'ancor meno utile: "Io sto con i miei ragazzi"'

A cosa serve un Presidente che non sa gestire non la situazione tecnica (in Fidal ci sono altre figure pagate per non esserne in grado...), ma quella amministrativa e manageriale?
Per quale motivo la Federazione ha un ufficio stampa che non si preoccupa minimamente di parare un colpo che si attende da mesi e di cui si conosce esattamente il bersaglio? Per pubblicare cinque righe in un box a pagina 35 di un qualunque giornale?
Urlare "Tutti a casa" in piazza o nelle discussioni da bar è stato, ed è da sempre, lo sport nazionale, ma non ci è mai piaciuto.
Chiedere, pacatamente, che  se ne vada chi ha dimostrato ampiamente di non essere in grado di assolvere ai suoi compiti, si tratti di dirigente, funzionario o semplice impiegato, è doveroso. Soprattutto se questi, ben sapendo di avere davanti a se un baratro, ha continuato a correre senza curarsi di quello che sarebbe successo a quelli dietro di lui. 

giovedì 3 dicembre 2015

Pensieri e Parole - Ivano, Jessica e i whereabouts


Ecco come venivano registrate in Fidal le dichiarazioni di reperibilità degli atleti...

A tutti gli amici che si sono indignati per come è stata diffusa la notizia sui "whereabouts": non incazz...vi troppo.

E non date la colpa ai giornalisti o a chicchessia.
Ormai dovrebbe essere abbastanza chiaro per tutti che il nostro mondo è quello che è, e che la gestione di questa storia è soltanto uno dei tanti esempi di dilettantismo, scarsa competenza e , forse, un po' di malafede. Oggi la faccenda è su tutte le prime pagine dei giornali. E' normale: è l'uomo che morde il cane. Anche se probabilmente, questa volta la notizia non è vera. Come probabilmente era falsa la storia di Fajdek che, ubriaco, paga il taxi con la medaglia d'oro dei mondiali. E' una storia che fa polemica e farà vendere i giornali per qualche giorno. E gli stessi "giornalisti" che l'hanno strillata ai quattro venti sanno che molto probabilmente si sgonfierà rapidamente, ma oggi funziona e fa vendere copie. Fa schifo? Certo, ma è la stampa bellezza e non puoi farci niente...

Forse, se l'ufficio stampa della Federazione fosse stato in grado di svolgere il proprio compito, questa mattina i giornali avrebbero raccontato i fatti in un altro modo, senza lasciare spazio ad ambiguità.

Ma le cose sono andate così.
Se la prima preoccupazione del capo della "baracca" (perchè questa è oramai) non fosse stata quella di dire "Io non c'ero" e negare che siano successe "cose strane", forse la sua non sarebbe sembrata soltanto una strenua difesa della bandiera.
Ma le cose sono andate così.
Da lunghissimo tempo si sapeva che questa bomba sarebbe potuta esplodere, ma non solo non è stata disinnescata, non si è fatto nemmeno un tentativo di limitare i danni mediatici. E tutto questo causa forse ancora più danni del fatto in se.
C'è stata malafede da parte degli atleti? Le procedure sono state mal gestite dalla Fidal o dal Coni o dall'agenzia antidoping? Chi può dirlo?
Per quanto ci riguarda vale il principio che finchè non si dimostra il contrario, con un test antidoping o con la prova provata dell'intento truffaldino, tutti sono innocenti.

Ma siamo altrettanto convinti che qualcuno debba prendersi la responsabilità di non aver svolto i compiti che gli erano stati affidati, che chi doveva controllare che tutto andasse a buon fine e non lo ha fatto debba far presente la sua negligenza e che chi doveva preparare una "toppa" mediatica e non lo ha fatto debba fare un passo indietro.

Tutti sapevano che una colossale valanga di melma si sarebbe abbattuta sul nostro mondo e nessuno ha cercato di salvare il salvabile.
Per questa totale inattività ora dal punto di vista mediatico l'onere della prova è a carico degli accusati e, anche se tutti i coinvolti dimostrassero di essere totalmente puliti, nella memoria collettiva resterebbe l'accusa e non il verdetto finale.

Alle prossime elezioni federali andiamo tutti con l'hastag #Tafazzi4President?

mercoledì 25 novembre 2015

Pensieri e Parole - "Talento".Chi era costui?

L'autunno per il popolo dell'atletica non sono le foglie che ingialliscono sugli alberi. Non è nemmeno vino e castagne, è il periodo di quiete agonistica, il momento in cui andare in "letargo" in palestra per risvegliarsi ancora più pimpanti in pista quando tornerà la primavera e, forse proprio perchè la frenesia da cronometro cala, quello in cui i progetti escono dai cassetti per trovare una dimensione di realtà.
Qualche giorno fa, durante la periodica ricerca di eventuali novità sul sito della federatletica dell'Emilia-Romagna, il titolo di una notizia ha attirato la nostra attenzione: "Coni Regionale - Progetto Talento".
E giù un bel brivido lungo la schiena. Come si dice..."i primi freddi".
Se esistesse una "Wikiatletica" la definizione di "Talento" probabilmente non sarebbe troppo dissimile da quella di Santo Graal. Nel corso degli anni abbiamo visto frequentemente questa parola sulle dichiarazioni d'intenti dei vari enti di politica sportiva, accoppiata non solo alla sua più assidua compagna di viaggio "Progetto", ma anche all'altrettanto utilizzata "Obiettivo" o al nome delle future sedi olimpiche. Sidney, Atene, Londra, Pechino... Protocolli operativi ben strutturati dalle finalità spesso (se non sempre) simili: sostenere gli atleti con grandi potenziali nella loro crescita sportiva tramite attività di catalogazione delle loro caratteristiche psicofisiche e il monitoraggio delle loro capacità attraverso la somministrazione di test di varia natura.
 Progetto Talento 2007.
Quanti sono diventati atleti di livello internazionale?
Grazie alla benemerita/terrorizzante caratteristica di internet di rendere quasi impossibile l'oblio di qualunque iniziativa sia stata condivisa in rete, chiunque può verificare abbastanza facilmente che l'utilità di queste reiterate attività sia stata pressoché nulla. 
"Prevenire l'abbandono agonistico" è uno dei mantra ricorrenti di queste liste di buoni propositi su carta intestata federale o a cinque cerchi. Lodevole intento, peccato che nessuno dei protocolli che ci è capitato di esaminare in questi anni abbia mai esposto come si intendeva procedere in concreto e anche quest'ultima iniziativa del tandem Coni/Unibo non fa eccezione quando si cerca di comprendere quale possa essere il percorso che porta dall'ideale al reale.
Forse perchè non c'è una serie di step standardizzabile? O, al contrario perchè un itinerario è sì possibile, ma richiederebbe una serie di interventi di così ampia portata e su così tanti diversi ambiti che appare ciclopica agli stessi estensori del documento?
Altra stella polare di questi programmi sono i test di valutazione funzionale. 

Ammettendo che ogni atleta talentuoso sia allenato non da un volontario (spesso autodidatta) entusiasta e massimamente meritevole di rispetto, ma da un tecnico "professionista" e massimamente competente, in quali aspetti pratici si manifesterebbe l'intervento di supporto e sviluppo da proporre alle famiglie? Quali benefici può trarre dai responsi di un test con la pedana di Bosco un allenatore che nella vita di tutti i giorni deve confrontarsi con attrezzature inadeguate e sfruttare la sua fantasia e il suo spirito di adattamento per affrontare le difficoltà? 
Ultima obiezione in elenco, ma forse prima per rilevanza: è possibile apporre l'etichetta di atleta di talento a un giovane che ha appena raccolto i primi risultati importanti?
I ragazzi che sono stati convocati per partecipare a questa iniziativa hanno certamente meritato la considerazione di cui godono grazie alle loro performance nella stagione appena conclusa e hanno tutte le ragioni di esserne orgogliosi, ma è cosa nota che il livello prestativo in età giovanile non sia di per sè indicazione sufficiente per poter definire un'atleta "talento". 
In soldoni: alcuni di quelli che oggi sono i leader delle graduatorie potrebbero aver raggiunto questo traguardo non perchè realmente in possesso di particolari capacità, ma grazie a una precoce maturazione fisica, o a causa di un'eccessiva intensità degli allenamenti ed essere superati tra qualche tempo da coloro che oggi occupano le posizioni di rincalzo delle graduatorie e che, apparentemente a ragione, non vengono considerati prospetti interessanti. 
Il rischio di una sperimentazione condotta in questo modo a nostro avviso è quello di puntare oggi su un "cavallo" che tra qualche tempo si fermerà comunque e di trascurare e perdere per strada quelli che ora sono diamanti grezzi ma che potrebbero essere le gemme preziose di domani.

La soluzione potrebbe essere quella di spostare il focus dalla ricerca del talento alla formazione di chi quel talento dovrà gestirlo (il tecnico) e lavorare su un doppio binario: da un lato favorire il reclutamento con reali e impattanti iniziative di promozione che creino un ampio bacino d'utenza, dall'altro attingere a quell'enorme serbatoio di entusiasti volontari per creare e incentivare tecnici competenti che sappiano distinguere nel bacino di cui sopra fra uno zircone e un diamante ancora da tagliare.
Ma questo tipo di percorso non produce risultati pubblicabili su una rivista scientifica e richiede un impegno reale e una distribuzione delle risorse che modificherebbe molti degli attuali equilibri.
Il filosofo americano Elbert Green Hubbard scrisse: "C'è qualcosa di molto più prezioso, raffinato e raro del talento. E' il talento di riconoscere le persone di talento."
Già...

Qui il progetto completo